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dai GIORNALI di OGGI

COSTI CENTRALI NUCLEARI

2008-12-01

Ingegneria Impianti Industriali

Elettrici Antinvendio

ST

DG

Studio Tecnico

Dalessandro Giacomo

SUPPORTO ENGINEERING-ONLINE

                                         

 

 

L'ARGOMENTO DI OGGI

 

CENTRALI NUCLEARI MAI PIU' - DI VINCENZO MILLUCCI

ECOAGE

per l'articolo completo vai al sito

http://www.ecoage.it/costi-e-tasse-nucleare.htm

2008-12-01

COSTI ENERGIA NUCLEARE

Il costo variabile del nucleare appare a prima vista tra i più bassi (es. in Francia 0,015 € per chilowattora). Riprendendiamo una tabella comparativa del 2003 per rendere meglio l'idea:

* 0,02 € centrali idroelettriche esistenti

* 0,02 € carbone

* 0,03 € nucleare

* 0,04 € gas

* 0,05 € biogas

* 0,07 € geotermico

* 0,07 € eolico

* 0,07 € nuove centrali idroelettriche

* 0,12 € celle a combustibile

* 0,57 € fotovoltaico

(dati costo medio KWora in euro)

Il costo variabile dell'energia nucleare può trarre in inganno poiché non include l'intera spesa che il pubblico deve sostenere per realizzare, gestire e infine smantellare una centrale nucleare. Analizzando complessivamente il sistema energetico, ovvero partendo dalla costruzione delle centrali sino anche alla complessa gestione dei rifiuti, si riscontra un notevole incremento nei costi sociali e una scarsa convenienza economica sociale. Questi i principali handicap:

* Una centrale nucleare necessita un lungo periodo di tempo per essere costruita (in media 10 anni). In questo lungo periodo di tempo vanno poi aggiunti i costi oppurtunità, ossia le perdite "potenziali" pari al tasso di interesse perso se i fondi fossero stati depositati in banca o occupati in altre attività economiche.

* Le centrali nucleari producono rifiuti radioattivi (scorie) la cui gestione è ancora un capitolo aperto per l'intero occidente. Soltanto gli Usa, dopo oltre 25 anni di studi, hanno realizzato una soluzione definitiva realizzando un deposito in profondità (geologico) in cui stoccare le scorie radioattive. Il deposito negli Usa sarà dedicato solo alle scorie di II grado mentre resta ancora incerto il destino delle scorie di III grado (ad alta radioattività) stoccate temporaneamente all'interno delle centrali nucleari.

* Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare va considerato anche il costo del suo smantellamento, la bonifica del territorio e lo stoccaggio delle scorie radioattive.

Esempio. per costruire la centrale nucleare Usa di Maine Yankee negli anni '60 sono stati investiti 231 milioni di dollari correnti. Recentemente questa centrale ha terminato il suo ciclo produttivo e per smantellarla sono stati allocati 635 milioni di dollari correnti.

Soltanto per smantellare le quattro centrali nucleari italiane l'International Energy Agency ha stimato un costo pari a 2 miliardi di dollari.

In conclusione

Il nucleare è stato presentato come una fonte indispensabile per generare energia elettrica a basso costo. In realtà i suoi costi "nascosti" (sostenuti dallo Stato tramite tasse e imposte) sono ancora troppo alti se paragonati alle normali centrali termoelettriche (gas o carbone). Per individuare un quadro completo dei costi è necessario allargare la visione all'intero ciclo di produzione e non soffermarsi sui singoli aspetti. Solo in questo modo si riesce a comprendere il reale costo sociale che la società dovrà pagare per avere l'energia nucleare.

Va comunque considerato che l'antieconomicità del nucleare è soltanto un aspetto dell'analisi politica. Il ritorno al nucleare può essere giustificabile per ridurre la dipendenza delle economie occidentali dall'import di petrolio, gas e carbone. La capacità di una nazione di far fronte al proprio fabbisogno energetico interno rappresenta un obiettivo politico e strategico per difendere la propria economia nazionale dagli shock esterni. Soltanto in questi casi, e in questi termini, il ritorno al nucleare può essere considerato come una scelta razionale da intraprendere.

 

 

LE TASSE DEL NUCLEARE

L'ex superministro dell'economia Giulio Tremonti aggiunge il suo nome alla lista dei politici favorevoli al nucleare. Dopo le dichiarazioni di Fini nella scorsa estate e quelle recenti del premier Berlusconi si riaccende nuovamente il dibattito sull'utilizzo o meno dell'energia atomica in Italia. Nel promuovere il nucleare si fa però leva su un punto poco chiaro, quello dei costi. Il famoso "uomo della strada" collega l'energia nucleare alla bolletta meno cara ma, nella realtà, altri commentano diversamente la questione.

Il problema dei costi del nucleare è talmente complesso da non potersi computare facilmente con un analisi costi benefici. Il ciclo completo del nucleare implica tre diverse fasi:

1. costruzione centrale nucleare

2. gestione e produzione energia

3. dismissione centrale e stoccaggio scorie

L'attenzione viene generalmente concentrata sulla prima fase e sulla seconda fase. Nella prima ritroviamo i costi di costruzione degli impianti, nella seconda i costi di gestione. Esistono però anche i costi elevati della terza fase in cui l'impianto dovrà essere dismesso e le scorie stoccate in depositi geologici o ingegneristici per migliaia di anni. La sola dismissione di una centrale nucleare implica costi pari al doppio dell'iniziale costruzione della centrale. Il successivo stoccaggio delle scorie radioattive per migliaia di anni implica, infine, ulteriori costi economici nemmeno calcolabili in una normale gestione d'impresa.

E' quindi ovvio aspettarsi nel futuro una "mano dallo Stato" per coprire il deficit in rosso del nucleare con la spesa pubblica e, pertanto, con i soldi tratti dal prelievo fiscale ai cittadini. Un piccolo risparmio sulle tariffe in bolletta equivale pertanto ad una maggiore pressione fiscale sotto forma di tasse.

Il deficit economico del settore nucleare è ben conosciuto nei paesi occidentali. Non è un caso che negli USA non si realizzino più reattori da almeno vent'anni. Le società elettriche statunitensi sono private e reputano troppo oneroso il costo complessivo della gestione nucleare. Il rilancio del nucleare voluto da Bush implica pertanto un forte aiuto e sostegno tramite la spesa pubblica (alias tasse).

In Europa negli ultimi dieci anni soltanto la Finlandia ha realizzato un reattore nucleare. La Germania ha persino deciso di non rinnovare il parco delle proprie centrali nucleari al termine del loro ciclo produttivo. L'Inghilterra, infine, sembra dover importare le scorie radioattive degli altri paesi per coprire il deficit delle proprie centrali nucleari (fonte Guardian).

Non c'è dubbio che l'energia nucleare favorirebbe l'impresa italiana tramite tariffe più basse. Ma a quale prezzo? Quello di scaricare sul futuro e sulle tasse dei cittadini i costi sociali della gestione del nucleare. In Italia ancora oggi paghiamo nella bolletta dell'energia elettrica le spese dell'esperienza nucleare degli anni '70-'80 e quelle per la ricerca di un luogo in cui stoccare le poche migliaia di scorie radioattive. Senza dimenticarsi dei costi sociali del nucleare dovuti alle proteste dei cittadini residenti nei pressi di un deposito o di una centrale nucleare. Basti ricordare la protesta regionale lucana di Scanzano Jonico nel 2003 o le continue proteste dei cittadini residenti nei pressi dell'ex centrale nucleare emiliana di Caorso. Una paura che sembra non avere latitudini ma, anche tralasciando gli aspetti sociali, il nucleare continua ancora oggi a presentarsi come una scelta antieconomica per qualsiasi impresa privata. Quel che si risparmia da una parte, ossia sui costi dell'energia per le industrie, trasla in modo maggiorato dall'altra, sotto forma di tasse presenti e future sui cittadini. C'è veramente da chiedersi perché si continui a parlare di nucleare in Italia.

Ecoage 5 febbraio 2005

 

 

 

SCORIE NUCLEARI

L'altra faccia del nucleare: le scorie radioattive. Qualsiasi centrale nucleare produce "scorie radioattive". Una minima parte delle scorie sono normalmente disperse nell'ambiente senza provocare danni per l'uomo. Ad esempio, i reflui del raffreddamento sono scaricati direttamente nelle acque dei fiumi poichè considerati non pericolosi per l'ambiente.

Per scorie nucleari si intendono soprattutto quei materiali che, trovandosi nel reattore o nei pressi, sono soggetti a una continua emissione di radiazioni. Dal semplice bullone alle componenti mettaliche più grandi (pareti, contenitori ecc.). Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare, questi oggetti devono essere trattati come rifiuti speciali da trattare con molta attenzione in quanto fortemente radioattivi, e quindi pericolosi. Sono definiti per semplicità "scorie nucleari" ma occorre fare delle distinizioni. Le scorie nucleari non sono tutte uguali. E' un tipico errore dei giornali confondere le scorie ospedaliere con quelle delle centrali nucleari.

Le scorie nucleari si distinguono in base al grado di radioattività da cui dipende anche la durata del decadimento e la loro pericolosità:

* Alta attività (scorie di 3° grado): il grado di radioattività elevato in queste scorie implica un lungo periodo di decadimento, fino a 100.000 anni. Le scorie di terza categoria sono, in particolar modo, le ceneri prodotte dalla combustione dell'uranio e gli oggetti vicini al reattore (es. pareti metalliche).

In tutto il mondo è stato identificato soltanto un sito "sicuro" per ospitare in profondità le scorie (deposito geologico) per migliaia di anni. Si trova in una zona desertica nel New Mexico (Usa) e ha richiesto oltre 25 anni di studio. Gli Usa hanno investito oltre 2,2 miliardi di dollari nello studio della sicurezza dei depositi geologico. Ciò nonostante ancora nulla sembra potersi affermare con certezza. Le scelte di localizzazione dei depositi di scorie sembrano più frutto della ragion di Stato che di processi condivisi con i cittadini del luogo.

* Media attività (scorie di 2° grado)

* Bassa attività (scorie di 1° grado)

Queste ultime due categorie hanno una vita radioattiva inferiore. Necessitano soltanto di poche centinaia di anni per decadere. Queste scorie provengono, in gran parte, dagli ospedali (es. residui della medicina nucleare).

Il grande problema sono le scorie di terza categoria provenienti dalle centrali nucleari.

In Europa le scorie sono generalmente depositate nei pressi delle centrali nucleari o in centri di stoccaggio ingegneristici di superficie.

I principali centri di stoccaggio europei sono:

* Le Hague (Francia)

* Sellafield (Gran Bretagna)

* Oskarshamn (Svezia)

* Olkiluoto (Finlandia)

Tutti i centri di stoccaggio europei hanno natura "temporanea" per rispondere al criterio di reversibilità delle scelte. Non conoscendo con precisione le conseguenze dello stoccaggio delle scorie radioattive nel tempo, si rende così possibile un loro futuro trasferimento in altri luoghi. Nel caso dei siti geologici questo non sarebbe possibile, i materiali ospitati in cavità sotteranee dovranno restarci definitivamente anche nel caso in cui la scelta del sito si riveli sbagliata.

In alcuni casi, ad esempio in Francia, le scorie nucleari sono riprocessate all'interno delle stesse centrali nucleari per produrre nuovo combustibile rigenerato (cd Mox) da riutilizzare nel reattore.

I depositi geologici e la posizione dell'Unione Europea. La UE si è posta come obiettivo la costruzione e lo studio di depositi geologici comunitari per trovare una soluzione definitiva alle scorie europee. L'argomento è ancora aperto e controverso. Dopo i fatti di Scanzano Jonico, la UE ha sottolineato che tale esigenza non si estende ai paesi privi di piano energetico nucleare (come l'Italia). Questi paesi non hanno l'obbligo di costruire un deposito geologico e possono attendere "soluzioni europee". La UE auspica quindi la costruzione dei depositi geologici nei paesi dove siano presenti e attive molte centrali nucleari. Ad esempio in Francia (dove il 76% dell'energia elettrica è di origine nucleare).

Quante sono le scorie radioattive in Italia? L'Italia non conta grandi quantità di scorie nucleari. Il referendum del 1987 ha definitivamente bloccato la produzione di energia dal nucleare nel nostro paese. Nel nostro paese le scorie ad alta pericolosità sono circa 8.000 metri cubi. Una minima quantità che lascia aperta la porta alla soluzione europea.

 

 

 

SCORIE NUCLEARI

L'altra faccia del nucleare: le scorie radioattive. Qualsiasi centrale nucleare produce "scorie radioattive". Una minima parte delle scorie sono normalmente disperse nell'ambiente senza provocare danni per l'uomo. Ad esempio, i reflui del raffreddamento sono scaricati direttamente nelle acque dei fiumi poichè considerati non pericolosi per l'ambiente.

Per scorie nucleari si intendono soprattutto quei materiali che, trovandosi nel reattore o nei pressi, sono soggetti a una continua emissione di radiazioni. Dal semplice bullone alle componenti mettaliche più grandi (pareti, contenitori ecc.). Al termine del ciclo di vita della centrale nucleare, questi oggetti devono essere trattati come rifiuti speciali da trattare con molta attenzione in quanto fortemente radioattivi, e quindi pericolosi. Sono definiti per semplicità "scorie nucleari" ma occorre fare delle distinizioni. Le scorie nucleari non sono tutte uguali. E' un tipico errore dei giornali confondere le scorie ospedaliere con quelle delle centrali nucleari.

Le scorie nucleari si distinguono in base al grado di radioattività da cui dipende anche la durata del decadimento e la loro pericolosità:

* Alta attività (scorie di 3° grado): il grado di radioattività elevato in queste scorie implica un lungo periodo di decadimento, fino a 100.000 anni. Le scorie di terza categoria sono, in particolar modo, le ceneri prodotte dalla combustione dell'uranio e gli oggetti vicini al reattore (es. pareti metalliche).

In tutto il mondo è stato identificato soltanto un sito "sicuro" per ospitare in profondità le scorie (deposito geologico) per migliaia di anni. Si trova in una zona desertica nel New Mexico (Usa) e ha richiesto oltre 25 anni di studio. Gli Usa hanno investito oltre 2,2 miliardi di dollari nello studio della sicurezza dei depositi geologico. Ciò nonostante ancora nulla sembra potersi affermare con certezza. Le scelte di localizzazione dei depositi di scorie sembrano più frutto della ragion di Stato che di processi condivisi con i cittadini del luogo.

* Media attività (scorie di 2° grado)

* Bassa attività (scorie di 1° grado)

Queste ultime due categorie hanno una vita radioattiva inferiore. Necessitano soltanto di poche centinaia di anni per decadere. Queste scorie provengono, in gran parte, dagli ospedali (es. residui della medicina nucleare).

Il grande problema sono le scorie di terza categoria provenienti dalle centrali nucleari.

In Europa le scorie sono generalmente depositate nei pressi delle centrali nucleari o in centri di stoccaggio ingegneristici di superficie.

I principali centri di stoccaggio europei sono:

* Le Hague (Francia)

* Sellafield (Gran Bretagna)

* Oskarshamn (Svezia)

* Olkiluoto (Finlandia)

Tutti i centri di stoccaggio europei hanno natura "temporanea" per rispondere al criterio di reversibilità delle scelte. Non conoscendo con precisione le conseguenze dello stoccaggio delle scorie radioattive nel tempo, si rende così possibile un loro futuro trasferimento in altri luoghi. Nel caso dei siti geologici questo non sarebbe possibile, i materiali ospitati in cavità sotteranee dovranno restarci definitivamente anche nel caso in cui la scelta del sito si riveli sbagliata.

In alcuni casi, ad esempio in Francia, le scorie nucleari sono riprocessate all'interno delle stesse centrali nucleari per produrre nuovo combustibile rigenerato (cd Mox) da riutilizzare nel reattore.

I depositi geologici e la posizione dell'Unione Europea. La UE si è posta come obiettivo la costruzione e lo studio di depositi geologici comunitari per trovare una soluzione definitiva alle scorie europee. L'argomento è ancora aperto e controverso. Dopo i fatti di Scanzano Jonico, la UE ha sottolineato che tale esigenza non si estende ai paesi privi di piano energetico nucleare (come l'Italia). Questi paesi non hanno l'obbligo di costruire un deposito geologico e possono attendere "soluzioni europee". La UE auspica quindi la costruzione dei depositi geologici nei paesi dove siano presenti e attive molte centrali nucleari. Ad esempio in Francia (dove il 76% dell'energia elettrica è di origine nucleare).

Quante sono le scorie radioattive in Italia? L'Italia non conta grandi quantità di scorie nucleari. Il referendum del 1987 ha definitivamente bloccato la produzione di energia dal nucleare nel nostro paese. Nel nostro paese le scorie ad alta pericolosità sono circa 8.000 metri cubi. Una minima quantità che lascia aperta la porta alla soluzione europea.

 

 

 

DEPOSITI DI SCORIE NUCLEARI NEL MONDO

Un articolo Ansa del 20 novembre 2003 basato su dati Apat descrive chiaramente la situazione internazionale in merito alla questione "scorie nucleari". A distanza di 2 anni dall'articolo, nel luglio 2005, la situazione sullo stoccaggio delle scorie non sembra essere cambiata molto.

Esistono quattro tipologie di depositi per stoccare le scorie nucleari:

A) depositi di superficie

B) depositi di superficie con opera ingegneristica

C) depositi in cavità o miniera

D) depositi geologici

I depositi di scorie attualmente presenti al mondo sono circa ottanta, quasi tutti di tipo (A) (B) e (C), ossia depositi in grado di ospitare scorie a bassa o media attività radioattiva. I depositi di tipo geologico (D), costruiti in profonde cavità nel terreno, sono invece pochissimi. Soltanto gli Stati Uniti hanno iniziato la costruzione del primo deposito geologico nel deserto del New Mexico dopo oltre 25 anni di studio

 

ARCHIVIO NUCLEARE

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http://www.archivionucleare.com/index.php/page/1/

http://www.archivionucleare.com/index.php/2007/05/31/possibili-costi-riavvio-centrale-trino/

2008-12-01

 

I possibili costi per il riavvio della centrale nucleare di Trino Vercellese

31 Maggio 2007 di Amministratore

Vincenzo Romanello ci ha mandato un breve documento riassuntivo sui costi di un possibile riavvio della centrale nucleare di Trino Vercellese.

L’ argomento è trattato in modo semplificato e vengono eseguiti calcoli di massima, ma può essere uno spunto per aprire un’ eventuale discussione visto che un’ operazione del genere è impossibile tecnicamente secondo alcuni, auspicabile secondo altri.

Il riavvio di Trino Vercellese ed i suoi costi - di V. Romanello (maggio 2007)

La centrale di Trino Vercellese ha una potenza elettrica di 272 MWe (il dato l’ ho preso dall’ opuscolo "La centrale Enrico Fermi", edizione 1994, che presi alla centrale di Trino Vercellese durante la mia visita). Se consideriamo un costo di installazione di 1200 €/KW, il suo costo totale potrebbe essere assunto pari a 326.400.000 euro, di cui se si considera un costo per il riavvio (fra ripristino della parte termica e di quella nucleare) pari al 20% di tale somma, si ottiene una cifra pari a 65.280.000 euro.

Se si considera quindi un tasso di interesse del 5%, un burnup di 33.000 MWd/T, un fattore di utilizzazione pari all’ 85%, un rendimento termodinamico del 30%, e si considera un tempo di riavvio pari a 2 anni, ed un esercizio di 20 anni, si otterrebbe il seguente risultato:

- costo di riavvio: 0,31 eurocents/KWh (pari al 17,5% del totale)

- costo del ciclo del combustibile: 0,93 eurocents/KWh (pari al 51,98% del totale)

- costi di esercizio e manutenzione: 0,5 €/KWh (pari al 27,94% del totale)

- costi di smantellamento e recupero del sito: 0,05 eurocents/KWh (pari al 2,79% del totale â€" che fornirebbe oltre 380.000 euro in 20 anni quale contributo per lo smantellamento, che così oltretutto smetterebbero di gravare sul contribuente!)

Il totale fa 1,79 eurocents/KWh. Il modello di calcolo adottato è quello del nostro articolo sui costi del nucleare ( http://www2.ing.unipi.it/~d0728/GCIR/Costi.pdf ). Naturalmente il calcolo è di massima, e si basa su delle ipotesi semplificative; tuttavia il costo delle generazione elettronucleare dall’ impianto in oggetto dovrebbe aggirarsi su quel valore.

Questo articolo è stato pubblicato da Amministrator

 

 

 

WWF ITALIA

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Il nucleare non serve all’Italia

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29/5/2008 - Costi, sicurezza, tecnologia e tempi: ecco perché l’atomo è una falsa soluzione in un dossier di Greenpeace, Legambiente e WWF. Manifestazione nazionale 7 giugno a Milano

M. Gunther WWF Canon - centrale nucleare sul Rodano (Francia)Il nucleare è la fonte energetica più costosa che ci sia. Non ha risolto nessuno dei problemi di smaltimento delle scorie e di sicurezza degli impianti. Non è la risposta al mutamento climatico. Greenpeace, Legambiente e WWF hanno presentato questa mattina a Roma le ragioni della loro contrarietà all’atomo, in una conferenza stampa con Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne Greenpeace Italia, Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale Legambiente e Michele Candotti, direttore generale WWF Italia. Per le tre associazioni ambientaliste la soluzione per fermare la febbre del pianeta e ridurre la bolletta energetica italiana è molto più semplice dell’opzione nuclearista rilanciata dal ministro Claudio Scajola: è fondata sul risparmio, sull’efficienza energetica e sullo sviluppo delle fonti rinnovabili. Semplicemente perché è la via più immediata, più economica e sostenibile.

Non è vero, infatti, che il nucleare sia economico. Gran parte del costo dell’elettricità da nucleare è legato al costo di investimento per la progettazione e realizzazione delle centrali, che è almeno doppio di quanto ufficialmente dichiarato, e richiede tempi di ritorno di circa 20 anni. Se a questo si considerano anche i costi di smaltimento delle scorie e di decommissioning degli impianti i costi diventano addirittura poco calcolabili. Tutti gli studi internazionali mostrano come sia la fonte energetica più costosa. Dove il kWh da nucleare costa apparentemente poco è perché lo Stato si fa carico dei costi per lo smaltimento definitivo delle scorie e per lo smantellamento delle centrali. E sono proprio queste spese ad aver scoraggiato gli investimenti privati negli ultimi decenni. Tant’è che tutti gli scenari - persino quello dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica - prevedono nei prossimi anni una riduzione del peso dell’atomo nella produzione elettrica mondiale. Secondo le stime dell’Aiea contenute nel rapporto Energy, elettricity, and nuclear power estimates for the period up to 2030 si passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13% del 2030, nonostante la ripresa dei programmi nucleari in alcuni Paesi.

Nucleare e liberalizzazione del mercato sono incompatibili. Secondo le ultime stime disponibili del DOE statunitense il costo industriale dell’elettricità da nucleare da nuovi impianti è più alto rispetto alle fonti tradizionali. Tra costo industriale e sussidi per sostenere il nucleare il costo raggiunge circa gli 80 dollari al MWh. Secondo l’agenzia di rating Moody’s nonostante i generosi incentivi e sussidi negli USA solo uno o due centrali verranno costruite sulla trentina attese. In Italia, il nucleare non consentirebbe pertanto di ridurre la bolletta energetica. Per renderlo un pezzo consistente della produzione energetica nazionale occorrerebbe costruire da zero tutta la filiera, con un immenso esborso di risorse pubbliche. Servirebbero almeno 10 centrali, per un totale di 10-15mila MW di potenza installata, e tra i 30 e i 50 miliardi di euro di investimenti (con il forte rischio di sottrarre risorse allo sviluppo delle rinnovabili e dell’efficienza energetica), senza dimenticare gli impianti di produzione del combustibile e il deposito per lo smaltimento delle scorie. Anche assumendo uno schema "finlandese" - con un consorzio di industrie consumatrici che si impegna a comprare per lungo tempo elettricità dai produttori nucleari i rischi finanziari, come dimostra proprio il caso finlandese, sarebbero elevatissimi. Le centrali, nella migliore delle ipotesi, entrerebbero in funzione dopo il 2020, e gli investimenti rientrerebbero solo dopo 15 o 20 anni.

Non è vero che il nucleare sia la risposta ai cambiamenti climatici. In Italia, scegliere l’opzione nucleare significherebbe mettere una pietra tombale su qualsiasi prospettiva di riduzione delle emissioni di CO2. Nella migliore delle ipotesi, senza incontrare quindi nessun problema nella localizzazione e nella costruzione delle centrali, il primo impianto entrerebbe in funzione tra almeno 10 anni, e l’obiettivo dichiarato da Enel e Edison è di coprire il 15-20% del fabbisogno elettrico al 2030 con 10-15 centrali. Se la priorità fosse realizzare centrali nucleari, poiché gli investimenti sono economicamente alternativi, dovremmo dire addio agli obiettivi comunitari e vincolanti del 30% di riduzione delle emissioni di CO2, del 20% di produzione energetica da rinnovabili e del 20% di miglioramento dell’efficienza energetica al 2020. Uno scenario che consente di sviluppare imprese innovative, realizzare migliaia di nuovi posti di lavoro nella ricerca e sviluppo, avere città più moderne e pulite, a portata di mano anche nel nostro Paese nonostante il suo grave ritardo rispetto agli obblighi di Kyoto. Il nucleare, inoltre, può fornire solo elettricità: questa rappresenta il 15% degli usi finali di energia mentre l’85% è costituito da carburanti per i trasporti e calore per riscaldamento e processi industriali.

Non è vero che il nucleare di oggi sia sicuro. Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a oltre 22 anni dall’incidente di Chernobyl, non esistono garanzie per l’eliminazione del rischio di incidente nucleare e la conseguente contaminazione radioattiva. Nella migliore delle ipotesi discusse a livello internazionale, con esiti positivi di tutti i possibili sviluppi tecnologici attualmente in fase di ricerca, si parla del 2030 per vedere in attività la prima centrale di quarta generazione. Ma le dichiarazioni di Scajola mostrano che nemmeno lui crede alla IV Generazione ("aspetteremo il 2100): una ammissione che il nucleare sicuro è utopia. Così, stando alle dichiarazioni del ministro per lo sviluppo economico, il governo italiano promuoverebbe a caro prezzo un programma arretrato e insicuro di centrali di terza generazione. Rimangono tutti i problemi legati alla contaminazione "ordinaria", derivante dal rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento delle centrali, a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi.

Non esistono ad oggi soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall’attività degli impianti o dalla loro dismissione. Le circa 250mila tonnellate di rifiuti altamente radioattivi prodotte finora nel mondo sono tutte in attesa di essere conferite in siti di smaltimento definitivi. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta secondo l’inventario curato da Apat circa 25mila m3 di rifiuti radioattivi, 250 tonnellate di combustibile irraggiato, a cui vanno sommati i circa 1.500 m3 di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80­90mila m3 di rifiuti che deriverebbero dallo smantellamento delle nostre 4 centrali e degli impianti del ciclo del combustibile. Con quale procedura e garanzie avremo la localizzazione del sito? Sappiamo già la risposta: tornare a Scanzano Jonico.

Scarica il dossier "Il nucleare non serve all'Italia (pdf) >>

Ascolta l'audioAscolta l'intervista audio con Michele Candotti, Direttore Gener

 

 

 

 

 

 

INFO AUT

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http://www.infoaut.org/articolo/nucleare-mai-piu-nuove-resistenze-e-democrazia-diretta/

2008-12-01

30.07.2008

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Nucleare mai più: nuove resistenze e democrazia diretta

movimenti

Un contributo del compagno Vincenzo Miliucci sulla ri-attualizzazione della questione nucleare in Italia nel programma del nuovo governo. Il pezzo e l'introduzione di un più ampio saggio che vedrà la luce il prossimo ottobre per i tipi di Derive Approdi, all'interno del III volume del progetto editoriale "Gli Autonomi. Nel saggio trovera spazio anche una più ampia ricognizione del movimento anti-nucleare chenegli anni '80 portò, come atto conclusivo alla vittoria del referendum popolare. Una conquista che oggi qualcuno vorrebbe rimettere in discussione…

"Entro il 2013 , la prima pietra del ritorno al nucleare in Italia : 4 centrali per complessivi 6000 MWe da realizzare entro il 2020!"

Non è uno scherzo di pessimo gusto. Per quanto rivoltante e incredula, a questa realtà ci vorrebbe inchiodati gran parte della cultura e del ceto politico dominante.

I Berluscones di ogni risma, dal Cavaliere a Bersani, da Scajola a Chicco Testa, da Brunetta a Veronesi, da Casini a Benedetto 14°, dalla Confindustria a Cgil-Cisl-Uil, dall’Enel alla Coop-Costruttori, sul ritorno prepotente della lobby nucleare stanno facendo da cassa di risonanza all’avvio della 4° legislatura del centrodestra.

Non è chiaro se e dove troveranno i 30.000 miliardi di euro occorrenti (circa 7 miliardi costerà in Finlandia, l’unica centrale in ultimazione). Se e quali saranno i siti dove impiantarle ( si riparla di Carovigno e Avetrana in Puglia, più i siti delle ex centrali). Nè chi le costruirà e gestirà (Ansaldo,General Elettric,Westingouse,…Enel, Edison ,Eni, Sorgenia,…). Né importa sapere che questi mostri durano solo 25 anni, mentre non si sa dove stoccare le scorie che degradano in migliaia di anni! Né i costi in vite umane e malattie degenerative, il cui picco si manifesta a distanza di 20-40 anni ! Nè se riusciranno a superare la " sindrome francese" – il pauroso " bang", la campana a morto, che sta martellando le 58 centrali nucleari francesi, per oltre il 50% obsolete e con scarsa manutenzione (" le più sicure", sic!), da chiuderle subito, prima di un’altra Cernobyl - il panico su tutti i titoli nucleari sta esplodendo in borsa dopo l’euforia iniziale (del resto, i big nucleari anglo-franco-Usa non scommettono sul nucleare : le nuove costruzioni riguardano solo una centrale cadauna per Francia e Usa, a fronte di zero nuovi ordinativi!).

In proposito, il fisico Angelo Baracca, professore all’Università di Firenze, scrive:

"…dietro lo spirito del rilancio del nucleare civile vi sono enormi interessi. I puri conti economici non tornano : il nucleare civile cresce all’ombra di programmi militari, i quali ne costituiscono il supporto e le motivazioni reali. Del resto il nucleare civile è sostanzialmente fallito. In 60 anni sono stati realizzati nel mondo 500 reattori civili a fronte di 130.000 bombe atomiche ! Per quanto i programmi nucleari siano irrazionali e antieconomici, la privatizzazione del mercato dell’energia rende probabile la ripresa del nucleare sotto la spinta politica di incentivi statali, che scaricheranno sulla collettività i costi ".

Peter Bondilla,manager della Banca Centrale Europea ( BCE), chiarisce che non ha dubbi su chi si dovrà accollare i costi del nucleare: "…non esistono alternative, sarà comunque il contribuente a pagare; i costi saranno scaricati sulle famiglie".

Quello che domina nella comunicazione e negli atti legislativi è la frenesia di operare la "modernità nucleare per il bene dell’economia e dell’ambiente!" . La prima , azzerata dal costo esorbitante del petrolio (in corsa verso i 150 dollari al barile e oltre) che fa impennare l’inflazione da costi, immiserendo gran parte della popolazione e dei lavoratori. Il secondo, stravolto dalla CO2 e altri gas serra che inducono il "global warming", con cambiamenti climatici pressoché permanenti, come lo scioglimento dei ghiacciai a partire da quelli della Patagonia (Perito Moreno), per finire a quelli del Polo Nord.

L’ultimo G8 in Giappone prende atto della catastrofe ma rinvia al 2050 alcuni rattoppi (riduzione del 50% delle emissioni, mentre gli abitanti della terra si stimano a 9 miliardi): le fameliche leggi capitaliste impongono il "profitto tutto e subito", fregandosene del lascito disastroso di una crisi planetaria,la sopravvivenza stessa dell’ecosistema !

Del resto a novembre 2007, nel summit del WEC a Roma, i padroni mondiali dell’energia padrona hanno deciso di corrispondere alla rilevante richiesta di energia – stime al 2050 – attraverso i tradizionalissimi "carbone pulito" e "nucleare sicuro", infischiandosene altamente dell’aumento dei gas serra, delle fughe/scorie nucleari, degli irreparabili danni a salute-ambiente .

In quella occasione l’opposizione a questo trust di cinici e bari è sta garantita dall’insieme di comitati, associazioni, reti, sindacati (Cobas,Fiom) riuniti nel meeting "OtherEarth", che ha contestato l’apertura del summit, pressato il Parlamento e l’Enel contro il nucleare nel 20° anniversario del referendum vincente, indicato nel risparmio energetico, nella sobrietà e qualità dei consumi, nelle energie rinnovabili, l’alternativa ai monopoli, alle speculazioni, agli sprechi energivori.

Nel tempo del turbocapitalismo, in cui gli effetti sempre più devastanti di due secoli di "progresso industriale" si rendono evidenti e drammatici per le popolazioni e la biosfera, i sensali dell’energia padrona stanno tentando spudoratamente di passare per benefattori !

E quasi ci riescono, se non torna presto in azione un movimento antinucleare – contro l’energia padrona e per il bene comune – come quello vincente che abbiamo conosciuto negli anni ’70-’80. Se non si sviluppa – nella crisi di valori e di prospettive – l’alternativa di sistema. Che in campo energetico significa modelli di piccole dimensioni, autosufficienti e autogestiti nel territorio, impianti ad alta efficienza e bassa dissipazione, con la prevalenza del solare e altre rinnovabili invece di sistemi termici-centralizzati-militarizzati.

Uno degli ultimi atti del governo Prodi è stato il decreto-anticostituzionale promulgato da Napolitano, con il quale si impone che : "..le località dove insediare servitù energetico-inquinanti, diventano segreto di stato". Un invito a nozze per il ministro Scajola&soci, che si apprestano a ratificare in Legge Liberticida quel decreto, esautorando pareri e sovranità delle assemblee elettive e delle varie espressioni di democrazia diretta popolare. La liquidazione in un sol giorno (12 luglio) della già poco indipendente Autority dell’Energia (presidente Ortis,ex Enel), per trasformarla in una Agenzia pro nucleare, la dice lunga sulle fameliche intenzioni della lobby atomica.

Questo perché – come per le discariche/inceneritori militarizzati e l’esercito in ordine pubblico – è diffuso il contrasto popolare verso imposizioni e sopraffazioni statali.

Sul ritorno all’energia nucleare , checché ne dicano lor signori , gli italiani sono contrari !

E’ ancora vivo il ricordo della tragedia di Cernobyl, con 500.000 morti indiretti - nei 20 anni trascorsi, nei prossimi 20 anni.

Le attuali centrali nucleari di 3° generazione si rivelano insicure e dannose, come la sequela di "incidenti" - con enormi perdite di liquido radioattivo riversato nei fiumi che servono gli acquedotti e contaminazione dei lavoratori addetti e della popolazione - in soli questi ultimi due mesi, soprattutto in Francia dimostrano: 4 giugno, Slovenia/Krsko; 14 giugno, Giappone; 7 luglio, Francia/Tricastin (il più grande impianto dopo quello di Le Hague, a soli 160 Km dal confine italiano); 17 luglio, Francia/Roman-sur-Isere (a soli 80Km dal confine italiano, dove insistono un totale di ben 7 centrali nucleari); 21 luglio, Francia/Saint-Alban Saint Maurice (sempre al confine italiano, 15 operai ricoverati); 23 luglio, ancora Tricastin/4°gruppo, 100 operai contaminati da "cobalto 58", e dure proteste di agricoltori e cittadini.

Sellafield, il grande impianto inglese di riprocessamento delle scorie (oltre Le Hague/francese, dove vengono spedite quelle nostrane), da tempo oggetto delle contestazioni della popolazione sarà sottoposto a breve ad una lunga e costosa bonifica, ben 13,5 miliardi di dollari! (sulla drammatica pericolosità dell’impianto ne è stato tratto il famoso film," Silkwood", con Meryl Streep; altri film del genere importanti, "Sindrome Cinese" con Jane Fonda e "Una notte di pioggia ", tratto dal romanzo di Dario Paccino " Diario di un provocatore").

I costi delle centrali sono salatissimi. Solo quelli costruttivi circa 7000 miliardi di euro x impianto da 1000 MWe. Secondo le stime Usa, fornite da EnergyBiz, il costo in bolletta è di 0,30 $/Kwh per i primi 13 anni (finchè non saranno ammortizzati i costi di costruzione), in confronto il costo del solare e dell’eolico è di 0,14 $/Kwh ! In Florida, i consumatori sono obbligati a pagare per le centrali nucleari prima ancora che entrino in funzione: dall’anno prossimo, gli utenti di Progress Energy pagheranno 9$ al mese in più per coprire i costi del nucleare.

La qual cosa riguarda già gli utenti italiani che nella "voce A2" della bolletta continuano a pagare i costi della dismissione nucleare e che pagheranno triplicata ove dovesse passare lo scellerato piano nucleare.

Sempre in bolletta gli utenti pagano alla "voce A7" (ben 50 miliardi di euro dal 1992) il famigerato CIP6, senza il quale non si incentiverebbero gli inceneritori e le discariche. Le quote CIP6, destinate dal ’92 alla promozione-diffusione delle energie rinnovabili, sono state totalmente fagocitate dall’incenerimento dei rifiuti, che una modifica di legge bipartizan equipara, "assimilando" i rifiuti a energia rinnovabile. Negli ultimi anni, la contestazione popolare dei " piani rifiuti – spesso gestiti malandrinamente dai Commissari Straordinari e in commistione con la malavita, come le numerose inchieste giudiziarie indicano – pone come discriminante la Raccolta Differenziata "porta a porta" e l’abolizione del CIP6, dentro la strategia "rifiuti zero" che risolve totalmente il problema rifiuti, guadagnandoci tutti in salute-ambiente (chiusura discariche-inceneritori, taglio drastico delle polveri sottili) e tasca, con il dimezzamento e oltre della "tassa sulla mondezza".

Vincenzo Miliucci, luglio 2008

FAI NOTIZIA

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2008-12-01

di Marco Cedolin

Quello dell’energia sta diventando sempre più uno dei temi focali intorno al quale si concentrano le attenzioni di tutti coloro (esperti e non) che analizzano le prospettive potenziali del nostro Paese in termini di sviluppo, crescita economica e competitività industriale.

E’ opinione diffusa di una parte del mondo politico e scientifico che la mancata ripresa economica italiana sia da imputarsi al profondo gap energetico che ci separa dal resto dei paesi "sviluppati" e che questo gap sia in larga parte determinato dalla scelta operata nel 1987 dal popolo italiano di rinunciare allo sfruttamento dell’energia nucleare.

Al tempo stesso a Saluggia, un piccolo paese di circa 4000 anime, sprofondato nelle prime propaggini della pianura padana fra Torino e Vercelli, la popolazione ed un gran numero di esperti ed associazioni ambientaliste, protestano e sfilano in corteo contro la decisione di trasformare il comune in una sorta di discarica a tempo indeterminato per le scorie radioattive italiane, risalenti in larga parte al breve periodo di funzionamento delle centrali nucleari nostrane.

Le scorie radioattive rappresentano un argomento talmente scottante per tutti i paesi industrializzati che producono (o come l’Italia hanno prodotto) energia tramite l’uso del nucleare, da far si che ogni notizia riguardo la loro presenza e le complesse metodiche concernenti il loro smaltimento, venga puntualmente epurata dal palinsesto dei media e relegata nel novero di quelle informazioni che devono essere sottaciute, affogate nel silenzio, soffocate nell’omertà mediatica. Le scorie nucleari sono il vero tallone d’Achille di una fonte di energia come quella atomica che spesso viene presentata all’opinione pubblica come sostanzialmente "pulita" ed economicamente molto conveniente.

La pericolosità delle scorie e gli esorbitanti costi inerenti al loro stoccaggio (di smaltimento in realtà si può parlare solo impropriamente) costituiscono la prova prima di come fra le fonti energetiche il nucleare sia, contrariamente a quanto espresso dalla propaganda, di gran lunga la più devastante. Tanto dal punto di vista dell’inquinamento ambientale e dei rischi per la salute, quanto da quello della resa economica che risulta scarsissima qualora si quantifichino (e finora si è evitato di farlo) i costi derivanti dall’intera vita delle centrali fino alla loro dismissione e dalla messa in sicurezza (o presunta tale) dell’enorme quantità di rifiuti radioattivi prodotti nel corso dell’intero ciclo.

Se oggi a livello mondiale la produzione di energia tramite il nucleare, nonostante l’incidente di Cernobyl, gode ancora di un certo credito e di una patente di "concorrenzialità economica" fra le fonti energetiche esistenti, lo si deve solamente alla profonda opera di mistificazione messa in atto dai fautori dell’atomo che sono soliti nascondere sotto il "tappeto" il problema delle scorie radioattive, evitando di contabilizzare i costi della loro gestione presente e futura. Costi che in presenza di un serio e consapevole trattamento delle scorie in funzione della loro ferale pericolosità, avrebbero già da tempo decretato la morte di ogni programma energetico basato sul nucleare.

Le scorie nucleari sono derivate dal combustibile esausto originatisi all’interno del reattore nucleare nel corso dell’esercizio, ma anche dagli scarti di lavorazione e dai rottami metallici.

Sono molte le categorie nelle quali vengono suddivise le scorie nucleari e sostanzialmente dipendono dal loro stato, solido, liquido o gassoso, dal potenziale di radioattività in esse contenuto e dalla durata nel tempo della loro pericolosità. Sostanzialmente i rifiuti radioattivi si dividono in tre gruppi: Le scorie a bassa attività costituite da carta, stracci, indumenti, guanti, soprascarpe, filtri liquidi, derivanti oltre che dalle installazioni nucleari anche dagli ospedali , dalle industrie e dai laboratori di ricerca. Un tipico reattore nucleare ne produce annualmente circa 200 m³.

Le scorie a media attività, costituite dagli scarti di lavorazione, dai rottami metallici, dai liquidi, fanghi e dalle resine esaurite, derivanti principalmente dalle centrali nucleari, dagli impianti di riprocessamento e dai centri di ricerca. Un tipico reattore nucleare ne produce circa 100 m³ l’anno.

Le scorie ad alta attività, costituite dal combustibile nucleare irraggiato e dalle scorie primarie del riprocessamento, derivanti unicamente dalle centrali nucleari e dagli impianti di riprocessamento. Un tipico reattore nucleare ne produce annualmente circa 30 tonnellate che corrispondono una volta riprocessate a 4 m³ di materiale vetrificato.

Le scorie a bassa e media attività resteranno pericolose per alcune centinaia d’anni (circa 300) quelle ad alta attività, che costituiscono solo il 3% del volume totale ma rappresentano da sole il 95% della radioattività complessiva, manterranno la loro carica mortale per molte migliaia di anni (fino a 250.000 anni).

Stiamo perciò parlando di periodi estremamente significativi sull’asse temporale, che vanno molto al di là non solo dell’arco di una vita umana, ma anche della possibile durata di una "civiltà" e perfino della storia dell’esistenza umana così come noi la conosciamo. Questi dati dovrebbero bastare essi soli a darci la dimensione dell’incommensurabile grandezza del problema con il quale ci stiamo confrontando e dell’assoluta impossibilità della tecnologia scientifica attuale (e con tutta probabilità anche futura) di smaltire in una qualche maniera l’enorme carico di materiale radioattivo che anno dopo anno si sta accumulando come conseguenza dell’attività delle oltre 400 centrali nucleari disseminate sul pianeta.

Ogni anno queste centrali, presenti in 31 nazioni producono migliaia di tonnellate di scorie, ogni anno gli Stati Uniti producono 2300 tonnellate di rifiuti radioattivi e nella sola Francia si produce una quantità di nuove scorie pari a tutte quelle presenti in Italia.

Nei paesi membri della IAEA sono attivi oltre 70 depositi definitivi per rifiuti nucleari a bassa radioattività (circa 300 anni) una dozzina sono già stati chiusi, una decina stanno per chiudere, almeno 20 sono in fase di costruzione e molti altri sono in fase di progettazione.

La maggior parte di essi (circa il 90%) sono costruiti in superficie e costituiti da trincee, tumuli, silos e sarcofaghi di calcestruzzo, volti a garantirne la conservazione in tutte le condizioni prevedibili. Il restante 10% è costituito da depositi posti in cavità sotterranee o in formazioni geologiche profonde. A garanzia della sicurezza di tali depositi sono state adottate barriere artificiali più o meno complesse (a seconda della rigidità del clima e delle caratteristiche del territorio) e sistemi di monitoraggio ambientale estesi oltre che al deposito anche alle aree circostanti.

Appare comunque evidente come sia un esercizio sillabico privo di senso parlare di sicurezza facendo riferimento ad un periodo temporale di 300 anni. Anche nel caso (non sempre probabile) di una perfetta tenuta delle strutture per tutto l’arco di tempo, subentrerebbe infatti l’altissimo rischio di eventi imponderabili quali attentati terroristici, guerre, terremoti, alluvioni ed incidenti di vario genere, la cui possibilità in un periodo così lungo risulta tutt’altro che remota.

I depositi definitivi esistenti nel mondo riguardano esclusivamente i rifiuti nucleari a bassa radioattività e viene spontaneo domandarsi cosa sia stato fatto per quanto concerne le scorie ad alta radioattività, minori quantitativamente ma enormemente più pericolose in quanto fonti di radiazioni per decine di migliaia di anni, fino a 250.000 anni.

In realtà per mettere in sicurezza i rifiuti nucleari ad alta radioattività non è stato fatto assolutamente nulla, o meglio tutto il gotha della tecnologia mondiale ha dimostrato di non avere assolutamente né i mezzi né tanto meno le conoscenze tecnico/scientifiche per affrontare un problema che travalica di gran lunga le capacità operative dell’essere umano, qualunque siano le sue competenze tecniche.

Rapportarsi con periodi di tempo il cui ordine è quello delle ere geologiche significa abbandonare ogni stilla di realismo, per rifugiarsi fra le pieghe dell’utopia, dell’incoscienza e della pazzia.

Nulla e nessuno potrà mai prevedere le mutazioni di ogni genere che riguarderanno il pianeta nei prossimi 100/200 mila anni, né individuare luoghi o spazi adatti a stipare in sicurezza le scorie ad alta radioattività in un futuro tanto lontano.

Ciò nonostante, almeno virtualmente, alcune ipotesi sono state prese in considerazione. Una delle più realistiche consiste nel depositare i rifiuti radioattivi dentro formazioni geologiche naturali, profonde centinaia o migliaia di metri. Tale soluzione, che potrebbe avere un senso per quanto concerne le scorie a bassa radioattività, ne diviene priva se riferita ai rifiuti altamente radioattivi, in quanto durante svariate decine di migliaia di anni anche la conformazione di grotte e caverne è per forza di cose destinata a mutare radicalmente.

Fra le opinioni maggiormente condivise a livello scientifico vi è anche quella che ventila il ricorso ad un unico deposito geologico internazionale, localizzato in uno dei luoghi più remoti del pianeta. A tale proposito è nato il progetto Pangea, finanziato da enti internazionali, con il compito d’individuare eventuali aree adatte allo stoccaggio delle scorie. Tale progetto ha finora individuato siti d’interesse nell’area più remota dell’Australia, in Sud America e in Asia, ma che si tratti di un deposito unico o di più depositi il problema resta sempre lo stesso: affidabilità limitata al futuro prossimo, a fronte di un investimento di capitale talmente ingente da far diventare quella nucleare la fonte energetica di gran lunga più costosa.

In attesa di una soluzione che mai potrà essere trovata, le 440 centrali nucleari sparse per il mondo continuano ad operare a pieno regime, contribuendo ad aumentare considerevolmente ogni anno l’enorme quantitativo di scorie già presente ed i rifiuti ad alta radioattività vengono semplicemente stoccati in depositi "di fortuna" in attesa di un trasferimento definitivo che non avverrà mai.

Il Dipartimento dell’energia (DOE) americano, per risolvere (in realtà porre una pezza) il problema delle scorie nucleari impiegherà dai 70 ai 100 anni, spendendo dai 200 ai 1000 miliardi di dollari. Il suo programma prevede di decontaminare le 10 principali aree inquinate del paese e di raccogliere il materiale radioattivo più pericoloso, disperso in svariati siti, per poi trasportarlo in due grandi depositi sotterranei adatti ad una sistemazione definitiva.

Il progetto dovrà superare difficoltà quanto mai ostiche, quali la decontaminazione di aree vastissime (grandi addirittura la metà della Valle D’Aosta) trovare un sistema di trasporto sicuro che consenta di trasferire per migliaia di chilometri le scorie più pericolose e individuare una sistemazione che possa restare sicura per molte decine di migliaia di anni.

Uno dei depositi sotterranei è stato identificato nel 2002 nel Nevada meridionale, circa 160 km a nord ovest di Las Vegas, sotto il monte Yucca. Il costo e la complessità dell’operazione sono enormi. Solo per gli studi preliminari del terreno e il progetto sono stati spesi circa 7 miliardi di dollari e per la costruzione del deposito è previsto un esborso di almeno 58 miliardi di dollari.

Nei suoi tunnel è prevista la conservazione di 77.000 tonnellate di scorie radioattive, stipate in oltre 12.000 contenitori. A circa 300 metri di profondità verrà scavata una rete di tunnel sotterranei a spina di pesce della lunghezza di 80 km. Il materiale radioattivo, attualmente conservato in 131 depositi sotterranei distribuiti in 39 stati, verrà trasportato attraverso 4.600 fra treni ed autocarri che dovranno attraversare 44 stati.

Con tutta probabilità quando il deposito sarà terminato, non prima del 2015, la quantità di nuove scorie accumulatesi nel corso degli anni (al ritmo di 2300 tonnellate/anno) richiederà immediatamente la costruzione di un nuovo deposito. Inoltre studi scientifici effettuati da commissioni non governative hanno dimostrato che sarà impossibile nel lungo termine impedire le infiltrazioni delle acque sotterranee nel deposito, inficiando in questo modo la "garanzia" di circa 10.000 anni (comunque largamente insufficiente) della quale era accreditato l’impianto.

L’attuale stato di conservazione delle scorie nei vari paesi è spesso estremamente precario ed anche le più elementari norme di sicurezza non sono neppure prese in considerazione, costituendo la potenziale occasione per incidenti di gravità anche superiore a quello di Cernobyl. Questo non avviene solo nei paesi meno sviluppati e nell’est europeo, ma anche negli Stati Uniti che dal punto di vista tecnologico rappresentano una delle realtà fra le più avanzate al mondo.

Attualmente a Hanford, non lontano da Seattle, le scorie radioattive dei reattori nucleari impiegati per costruire armi atomiche sono state conservate per venti anni in contenitori inadeguati, per di più gli agenti chimici utilizzati per neutralizzare il materiale radioattivo si sono nel tempo decomposti in sostanze altamente esplosive. Pertanto quei contenitori sono diventati delle vere e proprie bombe atomiche, pronte a esplodere alla prima scintilla. Per risolvere il problema sono oggi impiegate 1240 persone, con un budget annuale di 500 milioni di dollari.

I contenitori sono ben 177, con un diametro medio di oltre venti metri e con una capacità complessiva di oltre 160 milioni di litri.

Nel 1990 la Westinghouse, società incaricata dell’ispezione, rifiutò persino di esaminare il famigerato contenitore 101SY in quanto nessuno era in grado di immaginare quale sostanza fosse stata generata dalle reazioni chimiche in corso e quanto pericoloso potesse essere l’immersione di una sonda. Soltanto un anno dopo la Westinghouse riuscì a immettere un video-registratore e il nastro di quella registrazione fece il giro delle stazioni televisive americane, mostrando qualcosa di molto simile al centro di un vulcano alla vigilia di un’eruzione.

Persino l’uranio usato da Enrico Fermi nel 1942 è ancora in attesa di una sistemazione finale.

Risulta dunque evidente come la questione delle scorie radioattive rappresenti un problema enorme, sia dal punto di vista gestionale sia da quello economico, per tutti coloro che hanno "sposato" il nucleare sia per l’uso civile che per quello militare. La "banda dell’atomo" che anche in Italia sta tentando di riproporsi con la promessa di energia a buon mercato può solo fingere che i rifiuti radioattivi non esistano, poiché qualunque tentativo serio di smaltimento degli stessi, avrebbe dei costi esorbitanti (a fronte di ben scarsa resa) e li metterebbe inevitabilmente fuori dai giochi.

Il pericolo più grave, posto nell’immediato, è quello che alcune organizzazioni (molte delle quali private) fra quelle che gestiscono le centrali ed il loro contenuto, scelga la strada più semplice e decida di far "sparire" le proprie scorie, magari in fondo al mare o interrandole in vecchie cave e gallerie in disuso, confidando nel fatto che ben difficilmente in tempi brevi un simile crimine ecologico verrebbe alla luce.

Ma dal momento che nelle premesse abbiamo parlato di Saluggia, apriamo un breve inciso concernente il rapporto che l’Italia ha con le proprie scorie nucleari.

In Italia tutto ciò che oggi riguarda il nucleare fa capo alla Società Gestione Impianti Nucleari s.p.a. (SOGIN) istituita nel 1999, che ha incorporato tutte le strutture e le competenze che prima appartenevano all’Enel nell’ambito del nucleare. Presidente della SOGIN è il generale Carlo Jean che nel febbraio 2003 ha quantificato i rifiuti radioattivi presenti in Italia in:

circa 50.000 m³ di scorie radioattive a bassa e media radioattività, circa 8.000 m³ di scorie radioattive ad alta radioattività, 62 tonnellate di combustibile irraggiato che si trovano ancora oggi in Francia , diversi "cask" di combustibile riprocessato che attualmente sono in Gran Bretagna (Sellafield) oltre ad ospedali, acciaierie, impianti petrolchimici e così via che producono circa 500 tonnellate di rifiuti radioattivi ogni anno.

Dal 1989 in poi il cittadino italiano ha iniziato a pagare, attraverso un’addizionale sulle bollette Enel, i cosiddetti "oneri nucleari" destinati in un primo tempo a compensare l’Enel e le altre società collegate per le perdite conseguenti alla dismissione delle centrali. Dal 2001 in poi e fino al 2021 gli oneri saranno destinati alla SOGIN e finalizzati alla messa in sicurezza degli 80.000 m³ di scorie radioattive frutto dell’attività nucleare. Alla data del 2021 i cittadini avranno pagato attraverso addizionali sulla bolletta Enel la cifra astronomica di 11 miliardi di euro, pressappoco la metà dell’ultima manovra finanziaria.

Con la legge 368 del 2003, contemporaneamente alla nomina del generale Jean quale Commissario con poteri speciali per il nucleare, il premier Silvio Berlusconi elenca gli impianti atomici che devono essere smantellati e dispone l’individuazione di un Deposito Nazionale nel quale le scorie radioattive dovranno essere stoccate.

Il 13 novembre 2003 il Consiglio dei Ministri approva un decreto nel quale individua a Scanzano Jonico, in basilicata il sito nazionale nel quale accumulare le scorie derivanti dalla dismissione delle centrali nucleari. Il costo dell’operazione, comprensivo degli studi necessari per valutare l’idoneità del sito e degli oneri conseguenti al trasporto dei materiali pericolosi arriva nelle previsioni a sfiorare i 2 miliardi di euro.

La conseguenza di questa decisione è lo scatenarsi di una vera e propria rivolta da parte degli abitanti e delle autorità di Scanzano e dell’intera basilicata. Proteste, cortei e blocchi stradali si susseguono praticamente senza soluzione di continuità e il 27 novembre il governo si vede costretto a modificare il decreto, togliendo il nome di Scanzano ed impegnandosi ad identificare entro 18 mesi un nuovo sito nazionale che dovrà essere completato entro e non oltre il 31 dicembre 2008.

Di mesi da allora ne sono passati 30 ed il 65% dei rifiuti radioattivi italiani continua ad essere conservato in una conca alluvionale in riva alla Dora Baltea, in un luogo giudicato "indifendibile" dagli stessi servizi segreti italiani, nella cittadina di Saluggia.

Già durante l’alluvione del 2000 l’acqua del fiume arrivò a lambire le scorie e il premio Nobel Carlo Rubbia dichiarò che se il livello del fiume fosse stato solo di pochi centimetri più alto, avremmo assistito all’inquinamento della Dora, del Po e del Mare Adriatico, creando una catastrofe di proporzioni superiori a quella di Cernobyl.

Recentemente un’ordinanza emanata dallo stesso generale Jean conferisce alla SOGIN il diritto di costruire nel sito Eurex di Saluggia due nuovi depositi per lo stoccaggio delle scorie radioattive. Tali depositi, uno per le scorie a bassa e media radioattività, l’altro per quelle ad alta radioattività, della capienza rispettivamente di 46.000 e 8.000 m³vengono definiti sulla carta temporanei, ma tutta l’architettura dei nuovi progetti sembra antitetica a quella della loro destinazione d’uso di edifici provvisori.

La costruzione dei depositi a Saluggia dimostra chiaramente che Sogin non ha alcuna intenzione di procedere all’apertura (come da legge) del deposito nazionale definitivo entro il 31 dicembre 2008 e che l’intendimento è quella di lasciare il 65% dei rifiuti radioattivi italiani stoccati a tempo indefinito nella cittadina piemontese, in una zona ad alto rischio alluvionale, a brevissima distanza dai pozzi dell’acquedotto che serve tutto il Monferrato e del tutto inadatta a questo genere di operazione.

Anche in Italia dunque, come nel resto del mondo, la "banda dell’atomo" è sempre pronta a spendersi in un’improbabile battaglia per il rilancio del nucleare, ma quando si tratta di affrontare la gestione delle scorie radioattive, brancola nel buio senza riuscire a proporsi con un minimo di credibilità. Il rischio connesso ai rifiuti radioattivi è altissimo e lo diventerà sempre più negli anni a venire in quanto la tecnologia non è assolutamente in grado di far fronte alle conseguenze mostruose di ciò che essa stessa ha ingenerato.

 

 

 

profilo di Marco Cedolin

Collaboratorelouxien, 1 settimana 1 giorno

Marco Cedolin, nato a Torino nel 1963 vive in Val di Susa nel piccolo comune di Mompantero. Scrittore e studioso di economia, ambiente e comunicazione, collabora da anni con alcuni fra i più importanti siti web. E'fra i soci fondatori del Movimento per la Decrescita Felice di Maurizio Pallante e fa parte del Movimento NO TAV valsusino. Ha pubblicato "TAV in Val di Susa un buio tunnel nella democrazia", Arianna editrice 2006, "Grandi Opere le infrastrutture dell'assurdo" Arianna editrice 2008,ha contribuito alla pubblicazione di "Un programma politico per la decrescita" Edizioni per la decrescita felice 2008 curato da Maurizio Pallante e "Lo Stivale di Barabba" Macroedizioni 2008 curato da Stefano Montanari,collabora regolarmente alla rivista Il Consapevole ed al giornale web Terranauta ed ha al suo attivo centinaia di articoli aventi per oggetto tematiche sociali, ambientali e politiche. Voglio precisare che il dottor Cedolin non è un collaboratore di radio radicale, ne mi risulta far parte della galassia radicale, ma come te, ho trovato così ben documentato il suo articolo che ho pensato di diffonderlo su FaiNotizia. Per ulteriori informazioni ti invito a visitare il suo blog: http://marcocedolin.blogspot.com/ Nelle prossime settimane seguiranno ulteriori approfondimenti sul ritorno del nucleare in Italia, qui su FaiNotizia. Roxanne Giannini.

 

 

 

 

 

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